E-commerce con gli USA
Acquisti online dall’estero —
Dal 29 agosto 2025 stop all’esenzione daziaria sotto gli 800 dollari: nuovi oneri tra il 10% e il 50% o, per sei mesi, dazi forfettari da 80–200$ sui pacchi postali. E-commerce e PMI italiane alla prova del “landed cost”.
Gli Stati Uniti voltano pagina: con un ordine esecutivo firmato il 30 luglio 2025, la Casa Bianca sospende a livello globale il trattamento duty-free “de minimis” previsto dalla sezione 321 del Customs Act (19 U.S.C. §1321). In pratica, da venerdì 29 agosto le spedizioni verso clienti USA non saranno più esenti da dazi anche se valgono 800 dollari o meno. La mossa, motivata con esigenze di sicurezza economica e di contrasto ai traffici illeciti, si applica a tutti i Paesi e tutte le modalità di trasporto, con un regime transitorio per il circuito postale internazionale.
Nel dettaglio, l’ordine stabilisce che i pacchi inviati tramite il network postale internazionale (quello in cui a “ultimo miglio” opera USPS) potranno essere assoggettati, per sei mesi, a un dazio “ad valorem” pari all’aliquota IEEPA applicabile al Paese d’origine oppure a un dazio specifico forfettario compreso tra 80 e 200 dollari per collo; scaduto il semestre, varrà solo il metodo ad valorem. Per tutte le altre spedizioni (es. corrieri espressi), servirà una dichiarazione di importazione in ACE e si applicheranno i dazi ordinari in base al Paese d’origine e al codice HS.
L’impatto sui consumatori sarà immediato: “Consumers are going to be shocked”, ha avvertito Alison Layfield (ePost Global), spiegando che il conto finale dipenderà da dove si compra, chi paga i dazi e come viaggia la merce. La stampa americana ricorda che i nuovi oneri si collocheranno, in media, tra il 10% e il 50% del valore dichiarato o nel forfait 80–200$ per i pacchi postali durante la fase transitoria.
Per capire la portata del cambio basta un numero: secondo stime citate dall’Associated Press, 1,36 miliardi di pacchi sotto soglia sono entrati duty-free negli USA lo scorso anno, un flusso che ha alimentato il boom del cross-border su marketplace e fast-fashion. Ora la barriera d’ingresso si alza: tempi di sdoganamento, oneri e documentazione aumentano, mentre la convenienza dei piccoli ordini “one-to-one” dall’estero si assottiglia.
Che cosa cambia davvero per chi vende online (anche dall’Italia)
Per i merchant europei – artigiani, fashion, design, beauty, ricambi – il tema non è solo il dazio. Diventano determinanti incoterms e modello logistico. Se il sito pratica DDP (Delivered Duty Paid), il venditore si fa carico di dazi, tasse e pratiche doganali, spesso ribaltandone il costo nel prezzo finale; con DAP/DDU, l’onere ricade sul cliente alla consegna, con il rischio di rifiuti e resi costosi. Le testate USA raccomandano di esplicitare a checkout chi paga i dazi e la provenienza (Paese d’origine) per prevenire “conti a sorpresa”.
Sul piano tecnico, CBP (Dogane USA) conferma che dal 29 agosto 2025 tutte le spedizioni che prima rientravano nel “de minimis” saranno soggette a requisiti di ammissibilità e alla riscossione dei dazi specificati, con regole ad hoc per il canale postale. In altre parole, il “passaporto” facile sotto gli 800$ non esiste più e la classificazione corretta (HS) torna centrale per determinare l’aliquota.
Il quadro legale e le percentuali: cosa dicono studi e dossier
Gli studi legali internazionali hanno sintetizzato il nuovo schema: stop al de minimis per la gran parte delle spedizioni; dazio ad valorem o forfait 80–200$ sui pacchi postali per un semestre; ritorno all’ad valorem dopo il periodo transitorio. È prevista la continuità della sospensione già in vigore, da aprile, per Cina e Hong Kong; ora però la misura diventa globale. Per i corrieri, serve un “appropriate entry type” in ACE presentato da soggetti abilitati.
Effetto domino su marketplace e fast-fashion
La fine del “paradiso sotto soglia” rimodella la logistica dei colossi nati sul micro-parcel. In primavera Reuters aveva già documentato segnali di riassetto della supply chain di Shein dopo le restrizioni legate a dazi e de minimis, con delocalizzazioni parziali e maggior ricorso a hub fuori dalla Cina. Il nuovo giro di vite spinge tutti gli operatori – inclusi i player europei – a valutare fulfillment negli Stati Uniti, consolidamento ordini e politiche di prezzo “tutto incluso”.
Che cosa fare adesso: pricing, magazzini e trasparenza
Per le PMI italiane che vendono in USA, il punto è il “landed cost”: somma di dazi, tasse, sdoganamento e ultimo miglio. Nell’immediato, la scelta è tra assorbire parte dell’onere per restare competitivi o riallineare i listini, comunicandolo con chiarezza nei termini di vendita e nelle FAQ. In prospettiva, conviene testare stock leggeri in magazzino USA (3PL), introdurre soglie di spedizione per incentivare carrelli più ricchi (che diluiscano i dazi unitari) e rivedere resi e riparazioni per evitare doppie imposizioni. Fonti federali e media USA avvertono che nella fase di avvio non mancheranno ritardi e disallineamenti operativi lungo la catena postale e dei corrieri.
Un cambio di paradigma (anche culturale)
Storicamente il “de minimis” – nato nel 1938 e via via innalzato fino a 800$ – è stato un volano per l’e-commerce transfrontaliero, riducendo attriti burocratici su milioni di micro-ordini. Con la sospensione, l’ago della bilancia si sposta da volume e velocità a compliance e pianificazione doganale: classificazioni puntuali, Paese d’origine trasparente, termini DDP/DAP leggibili e customer care pronto a gestire eventuali conguagli. Per i brand con storytelling forte e un servizio clienti solido, può essere anche un’occasione per differenziarsi su fiducia e chiarezza.